Legume coltivato già in epoche antecedenti alla civiltà Etrusca e cibo il cui utilizzo è documentato fin dall’8000 a.C., la cicerchia (Latyrus sativus) è presente nell’alimentazione di tutto il centro-sud italiano fino a inizio del 1900. Poi la coltura è stata pressoché abbandonata e sta vivendo in questi anni una riscoperta sui crinali appenninici di Umbria, Marche, Abruzzo e Lazio, in particolare intorno al Terminillo e sui Monti della Laga. L’habitat montano favorisce la sua coltura in regime biologico, tanto più che la pianta è molto rustica e resistente ai parassiti e alla siccità. I semi paiono ceci più schiacciati, pur se il sapore, soprattutto della pellicola superficiale, è ben più deciso, simile a quello della fava con tendenza verso il pisello. Il bagno in acqua deve protrarsi per due giorni se non di più. Seppure buone anche in zuppe che le vedono protagoniste principali, sono più gradevoli nei misti con i ceci, i fagioli, l’orzo, il farro… Dal punto di vista nutrizionale sono ricche di proteine e di vitamine e sali minerali, fosforo in particolare, e stimolano la memoria e il tono muscolare.