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  Il Tartufo bianco dei Colli Tortonesi

"Vi mando alcuni tartufi, scusate se sono pochi ma il tempo è asciutto e non se ne trovano di più.". Questo è il sunto di tre lettere, datate 18 febbraio 1470, 26 agosto 1481 e 4 maggio 1495, conservate nell'Archivio di Stato di Milano, con cui un castellano della Val Curone, il capitano della Cittadella e il Vescovo di Tortona annunciano l'invio al Duca di Milano - prima Francesco Sforza, poi Ludovico il Moro - di tartufi. Le date dimostrano come il territorio sia talmente vocato al tartufo da offrirne in ogni stagione: in febbraio il nero pregiato (Tuber melanosporum), in maggio il bianchetto (Tuber borchii), a fine agosto o lo scorzone (Tuber aestivum) o i primissimi bianchi pregiati (Tuber magnatum). Questi documenti sono tra i più antichi conosciuti sui tartufi come li intendiamo ai giorni nostri, ovvero quelli profumati del genere Tuber. Infatti i testi antichi, soprattutto romani, che decantavano i tartufi si riferivano anch'essi a funghi sotterranei (del genere Terfezia), ma provenienti dalle sabbie costiere del Mediterraneo e non profumati, paragonabili alle patate di oggi e apprezzati perché le patate, provenienti dall'America, qui non c'erano ancora. Oggi sappiamo che le valli Curone e Grue, non meno di altre zone del Piemonte più famose come le Langhe, sono terra soprattutto di tartufo bianco pregiato, che raggiunge vertici di qualità in novembre (pur se la legge ne consente la raccolta fin dal 20 settembre). Gran parte del raccolto è sempre finito sul mercato di Alba, ben più remunerativo, per cui la fama della valle non ne ha avuto giovamento. Sta di fatto però che qui i tartufi ci sono sul serio perché tartufo e vino progrediscono di pari passo: è il lato buono dell'abbandono della campagna, quando un'azienda agricola muore, la vigna grama scompare e, magari, in futuro lascerà spazio a piante tartufigene, al contrario la vigna in ottima posizione trova subito l'acquirente. Così sono diminuiti fortemente gli spazi dedicati alla vite, ma sono rimasti solo quelli che danno le uve migliori, al contrario di quanto avvenuto intorno ad Alba, la capitale per antonomasia del tartufo bianco, dove la valutazione a ettaro eccessiva delle vigne ha fatto piantar vigneti anche dove i saggi contadini di un tempo ritenevano non ne valesse proprio la pena, occupando anche gli ambienti adatti al tartufo, che ogni anno diminuisce (e troppi fanno barolo meno buono). Il Tartufo bianco pregiato vale il suo prezzo solo se fresco, appena raccolto e ben maturo, conservato non è nulla di speciale perché il suo aroma naturale è instabile e non conservabile. Vanno quindi evitati vasetti e preparati vari (l'olio tartufato in primis) che contengono quasi sempre un aroma sintetico tossico e sgradevole. Il valore del tartufo aumenta con le dimensioni e vanno evitati esemplari troppo tubercolati o erosi che nascondono facilmente ammassi di terra, venduti così a prezzo di tartufo. La corretta maturazione si evidenzia con il disegno netto delle venature della polpa.
 

Bagoss
Barbone
Bergamotto
Carpinello
Castagno igp amiata
Castelmagno
Chiodino
Ciliegio mora di Cazzano
Cipolla Tropea
Corvina
Dormienti
Fava Larga
Finferlo
Gaglioppo
Gambesecche
Lenticchia Nera
Limone di Amalfi
Limone di Sorrento
Maggengo
Marrone del Mugello
Mazza di tamburo
Monte bellunese
Monte veronese Dop
Nocciola tonda gentile
Nostrale di malga
Olio del Garda
Olio della Sabina
Olivastra seggianese
Ovolo
Patata
Pesca Settembrina
Pesco di Collebeato
Piersica
Raboso
Rosito
Spressa
Spugnole
Taleggio
Tartufo bianco
Timorasso
Valchiese di monte
Vernaccia di Pergola