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Il Maggengo
Il Maggengo non sarebbe affatto raro eppure
questo fungo tipico della primavera in certe
zone si può pagarlo fin oltre 100 euro
al chilo. Il problema è sempre lo stesso:
incivili razziatori lo colgono sistematicamente
quando è poco più di una capocchia
di spillo nascosta tra le spinaie. E' Purtroppo
questo brutto vizio è diffuso in particolare
in Liguria, una delle regioni dove è più apprezzato
per antica tradizione. Il suo nome scientifico è Lyophyllum
georgii, in italiano il nome più comune è Prugnolo,
Maggengo - ma sarebbe meglio dire Mazin in
dialetto - sarebbe proprio il nome ligure,
poi viene via via chiamato: fungo della saetta,
fungo di S.Giorgio, spinaroeu (in Lombardia),
spignolo (nelle Marche) ecc., se non addirittura
con il nome francese, mousseron. Sono tutti
nomi dovuti alle sue caratteristiche di crescita:
in primavera (quindi pure il 23 aprile, giorno
di S.Giorgio), in strisce spesso a zig zag
come una saetta, vicino a piante di Rosacee,
ovvero sia presso piccole erbe come le potentille,
la pimpinella, la fragola, sia intorno ad arbusti,
in particolare quelli spinosi come il biancospino,
il rovo, la rosa canina e, soprattutto, il
Prunus spinosa. E' quest'ultimo l'habitat più frequente
nei giardini e in collina, come però ci
si immerge nelle valli salendo d'altitudine
diventa invece più facile trovarlo sui
prati: in tal caso la fungaia è sovente
identificabile da lontano per l'azione del
micelio sui ciuffi d'erba circostanti che diventano
più folti e scuri, spiccando ordinati
in cerchi o in strisce a zig zag. E' facile
da riconoscere con un minimo di esperienza:
il cappello è molto carnoso e spesso,
di colore da bianco a color crema, il gambo è pieno,
un tantino panciuto negli esemplari giovani,
dello stesso colore del cappello, le lamelle
sono fittissime, arrotondate verso il gambo,
biancastre, piuttosto basse, la polpa è soda
ma tenerissima e fragile ed emana un fortissimo
aroma di farina appena macinata. Questo odore,
che si sente a distanza, è la caratteristica
più spiccata del fungo. In cucina, se
lo si sa trattare, è una autentica delizia:
intanto crudo, servito a sottile lamine come
il tartufo su un primo caldo (risotto alla
parmigiana, tagliolini al burro, ecc), poi
cotto in gustose e profumate creme, in minestroni,
in sughi bianchi o rossi, con carni o pesci,
soprattutto con le uova strapazzate... Va bene
ovunque purché si osservi una regola
di cottura fondamentale: al contrario che per
tutte le altre specie fungine, non si deve
lasciare mai evaporare tutta la sua acqua di
vegetazione, ma cuocerlo quel tantino in meno
perché conservi il profumo tipico. Il
Maggengo è studiato perché pare
possa addirittura, se venisse isolato il principio
attivo, liberare i diabetici dalla schiavitù della
siringa, in quanto, assunto per via orale esercita
un'azione simile a quella dell'insulina. Ogni
medaglia ha però il suo rovescio: i
soggetti tendenzialmente ipoglicemici, se ne
abusano, possono essere colpiti da un pericoloso collasso.
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