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  La Cipolla rossa dolce di Tropea

Quando i Fenici sbarcarono in Calabria ci portarono la cipolla. Parrebbe cosa modesta rispetto al vino giunto più o meno nella stessa epoca e che diede alla Calabria e all’Italia il nome di Enotria, ovvero terra del vino. Invece, come ben avevano capito
nell’Antico Egitto, da dove sia la cipolla - addirittura venerata come pianta sacra sia il vino provenivano e dove pragmatismo, culto della natura e raffinatezza convivevano in un equilibrio mai eguagliato dalle civiltà successive, la cipolla, protagonista nella cultura gastronomica di tutto il mondo, era allora come oggi una grande
risorsa. Tantopiù lo è in quel tratto di costa calabrese - tra Pizzo e Longobardi - evidentemente tanto amata dalla natura: ci hanno provato inutilmente in tutto il mondo - fino a ieri con le arti ataviche dei contadini e oggi con gli strumenti mostruosi dei laboratori chimici - a copiarne dolcezza e salubrità (ne è riconosciuto un superiore potere contro malattie cardiovascolari e invecchiamento delle cellule)!
Ma cos'ha di speciale? al taglio fa anch’essa piangere, ma meno delle altre cipolle, in bocca non pizzica per nulla e si può mangiare cruda anche intera a morsi come un finocchio o un pomodoro. Al palato fa riscontro la chimica: il suo contenuto in zuccheri (saccarosio compreso) è più elevato che nelle cipolle d’altre provenienze
ed è più bassa la quantità di composti dello zolfo che provocano la lacrimazione. Le ha dato il nome Tropea perché, come si scriveva già nel 1792, dal suo porto “se ne fa estrazione di molti bastimenti all’anno”. E, col solo accompagnamento di pane e olive, per secoli ha mantenuto tutta una popolazione contadina, come riferiscono i
testi dei viaggiatori europei approdati in Calabria dal 1600 al 1900. La produzione rispetta regole antiche: in settembre semina nei semenzai, da novembre a gennaio trapianto in terreni caldi e soffici, dove la crescita è lentissima, raccolta da aprile a giugno, asciugatura direttamente sul campo coperte con le loro foglie. Poi vengono intrecciate in fasci da appendere. Sempre rosse, hanno forma varia in relazione all’epoca e al luogo di raccolta: quelle bislunghe sono tardive e provengono perlopiù da Briatico. Cotta nelle varie ricette tradizionali e internazionali o sott’olio è sicuramente squisita, ma è anche un po’ un delitto: la sua dolcezza è come il profumo del tartufo, va valorizzata a crudo. La cottura è però obbligatoria in straordinari sottovetro: con lo zucchero e il vino bianco per comporre una confettura o con miele e aceto per una mostarda, o con i peperoncini e l'olio per la salsa chiamata 'a maritata.
Inoltre... Un Amico albero storico qui a Belmonte, che è pure capitale, oltre che del pomodoro gigante, del fico (albero della vita per gli antichi romani), con la varietà dottato, la migliore al mondo per pralines e dolcezze. L'uva autoctona ha invece solo un paio
di secoli: è la Marsiliana portata qui da Gioachino Murat.

 

Bagoss
Barbone
Bergamotto
Carpinello
Castagno igp amiata
Castelmagno
Chiodino
Ciliegio mora di Cazzano
Cipolla Tropea
Corvina
Dormienti
Fava Larga
Finferlo
Gaglioppo
Gambesecche
Lenticchia Nera
Limone di Amalfi
Limone di Sorrento
Maggengo
Marrone del Mugello
Mazza di tamburo
Monte bellunese
Monte veronese Dop
Nocciola tonda gentile
Nostrale di malga
Olio del Garda
Olio della Sabina
Olivastra seggianese
Ovolo
Patata
Pesca Settembrina
Pesco di Collebeato
Piersica
Raboso
Rosito
Spressa
Spugnole
Taleggio
Tartufo bianco
Timorasso
Valchiese di monte
Vernaccia di Pergola